E se il mondo avesse corso troppo? Riflessioni dopo il Covid

Il benessere economico è fondamentale. Ma ora ci sono una bellezza e una verità, in questa nuova umiltà, che stanno emergendo

di Andrea Di Consoli

Osservando le nostre spiagge così poco affollate, da Maratea a Metaponto, dopo aver combattuto dentro di me la paura per lo spettro della povertà, della disoccupazione di massa, della desertificazione sociale, sento che si fa largo qualcosa che faccio fatica ad accettare, e che somiglia molto a un sentimento regressivo, a un voluttuoso rifiuto della modernità. Potrei definire questo sentimento così: la tentazione della decrescita. Perché la modernità è faticosa: espianta, precarizza, atomizza, costringe a scervellarsi, getta in mare aperto senza troppe protezioni. Credo che anche le intelligenze più “sviluppiste” – si ama lo sviluppo economico perché è il contrario della miseria e dell’indigenza, non perché si è predatori cattivi – sentano dentro questo tarlo, questa nostalgia di una vita a dimensione umana, dove la parola “armonia” ha ancora un senso. E se avessimo sbagliato, a correre troppo? E se questo rallentamento generale significasse una possibilità di equilibrio per l’uomo e per la natura? So bene che i lidi affollati, i ristoranti stracolmi, gli alberghi pieni significano lavoro, reddito, benessere per i singoli e per la collettività. E mai mi sognerei di festeggiare per questo dimezzamento dell’industria turistica. Ma sento, appunto, un tarlo, e so che questo tarlo ha a che vedere con le risposte, tra le tante che ha dato, che la modernità non è riuscita a dare. Le famiglie si sono sgretolate, la comunità è diventata community, i legami sono tutti liquidi e, in fondo, si “è” solo quando si è produttivi, per non dire vincenti. Per non parlare del tema religioso e del sacro, che la modernità ha totalmente spazzato via o ridotto a strumento esotico para-turistico. Faccio fatica a confessare questi sentimenti, perché sono sempre stato uno “sviluppista”, uno che ha considerato il benessere economico fondamento della libertà dell’individuo. Ma sento che ci sono una bellezza e una verità, in questa umiltà, che stanno emergendo nel nostro paesaggio sociale e naturale, al di là delle tante paure che abbiamo sul nostro futuro. Vedere le nostre spiagge così poco affollate richiama inconsciamente alla memoria epoche in cui le persone non avevano bisogno di riempire la vita con troppi riti stordenti. E, ammettiamolo pure senza pudore, ci fa sentire meno volgare l’inevitabile volgarità della modernità – la modernità è sempre volgare, per un tradizionalista che si è costretto a essere moderno come me. Il passato non può tornare, ma qualcosa si è incrinato. Viviamo tra angoscia e stupore per questa gigantesca macchina materiale e immateriale che è stata costretta a fermarsi. Non è mai facile commentare a caldo un cambiamento in corso, una crisi nel pieno del suo sviluppo – manca il distacco emotivo, lo sguardo d’insieme. Ma ho inteso lasciare una piccola traccia di questi sentimenti contrastanti affinché nulla sia taciuto o dato per scontato, in questa clamorosa battuta d’arresto del mondo moderno globalizzato.