La strana calma sociale di un Paese indebitato che non cresce

Questa pace apparente è un mostruoso debito-capestro per noi e per le generazioni future

di Andrea Di Consoli

Nel 2020 il Pil italiano subirà una contrazione di oltre il 10 percento. Dietro a questo numero ci sono fallimenti, disoccupati, disperazione. Ovviamente la speranza è che a breve il ciclo produttivo possa tornare a essere positivo, per arrivare finalmente a quello zero virgola qualcosa di cui ci dannavamo ma che, da questa distanza, ci sembra una sorta di Eldorado irraggiungibile. Eppure c’è qualcosa di strano: il Paese è come sospeso. In primavera pensavo, come tanti, che al ritorno dalle vacanze la società italiana avrebbe dato segnali di malessere e di rabbia. Invece tutto tace.

Sicuramente, tra reddito di cittadinanza e cassa integrazione le misure di protezione statale sono state imponenti, ma c’è qualcosa che non riesco a decifrare bene. Intendiamoci: i tumulti figli della povertà mi rattristano molto e sarebbero l’anticamera del caos e del degrado. Perciò sono felice che il Paese stia reggendo psicologicamente a questa colossale contrazione produttiva e occupazionale. Ma, ripeto, non so spiegarmi questo silenzio. Forse – ma è solo un’ipotesi – la risposta sta nel fatto che tra pensionati, impiegati pubblici e assistiti dallo Stato con misure straordinarie la platea dei “senza protezione” è veramente minima, e corrisponde grosso modo a una piccola fetta di società solitaria e individualista che non ama condividere coram populo i propri problemi, abituata com’è al rischio e all’intrapresa. Questa strana calma, però, mi sembra anche aiutata dall’altissima quantità di risparmi degli italiani, che poco si preoccupano del debito collettivo ma molto s’interessano del saldo positivo dei propri depositi bancari e postali; mai visto un Paese così indebitato pubblicamente e così ricco privatamente. Ma questa calma ha un prezzo. E il prezzo è un mostruoso debito-capestro per noi e per le generazioni future, che difficilmente potranno avere in futuro livelli di protezione statale così elevati e una pressione fiscale minimamente compatibile con un sistema competitivo nel libero mercato mondiale. Nel breve periodo questo neo-statalismo sembra pagare, perché, appunto, la tenuta sociale è sotto gli occhi di tutti. Ma quanto potrà durare una società che perde produttività e aumenta il proprio debito pubblico in maniera vertiginosa?