Basilicata, nel dopoguerra eravamo di più

Scompaiono i negozi, scompare anche la popolazione. Vogliamo attrarre investimenti, dovremmo attrarre innanzitutto residenti

di Lucia Serino

Ormai non ci facciamo più caso in Basilicata, perché sono anni che va così, senza nessun tipo di misura o strategia per invertire il calo demografico puntualmente annunciato a ogni censimento Istat.

In Basilicata, al 31 dicembre 2019, i residenti erano 553.254, con una riduzione di 5.333 abitanti (-9,5 per mille) rispetto all’anno precedente, e di 24.782 abitanti (-5,5 per mille in media ogni anno) rispetto al 2011. In nove anni si sono persi 25 mila residenti. Calano di ottomila unità i bambini sotto i dieci anni. Il paese “più giovane” è Marsicovetere, quello più vecchio San Paolo Albanese.

Anche a voler considerare lo scarto tra l’anagrafe dei residenti e quella (non censita) di chi vive in Basilicata ed è residente altrove – compensata, tra l’altro, dall’indicatore contrario e cioè dalla quota di chi ha conservato la residenza nel paese d’origine e vive stabilmente in altre regioni – i dati dell’Istituto nazionale di statistica ci dicono che c’è un’emergenza in atto, che nessuno finora ha avuto voglia di affrontare, con effetti ormai incontrollabili sul piano dell’organizzazione, dei servizi e della vita in genere.

Per avere un’idea: in Basilicata ci sono oggi meno abitanti dell’immediato dopoguerra. Il calcolo lo mette in rilievo Basilicatapost.it, che non trascura un angosciante dato previsionale: al 2065 i residenti potrebbero essere poco più di 370 mila.

Sono numeri che iniziano a toccare la quotidianità. Quest’anno a Potenza, nella storica scuola di via del Popolo, le iscrizioni di bambini alla prima elementare sono poche, troppo poche per formare una classe, esattamente come avviene nei paesini di neppure mille abitanti di cui è piena la Basilicata. All’inizio della pandemia avevamo immaginato che uno degli effetti positivi di quello che stava succedendo era l’evenienza di una emigrazione di ritorno al Sud. L’emergenza non è ancora finita e non c’è alcun indicatore che possa farci valutare un’inversione strutturale del rapporto tra chi va e chi torna.

Cosa fare per non scomparire? È solo una questione di sostegno alla prolificità delle donne (che già sarebbe un tema enorme)? Il calo demografico è il dato di contesto più urgente per tutti i piani e le misure di ripartenza che in queste settimane si stanno immaginando.

La strada dei migranti produttivi e legali da inserire nella filiera agricola è percorribile? C’è chi si consola leggendo che il Corriere della Sera, dopo aver indicato piazza Prefettura tra le più belle d’Italia, bissa indicando via Pretoria tra le più attrattive d’Italia per shopping e aperitivi. Ma è di questa settimana il report di Confcommercio secondo il quale Potenza, in otto anni, ha perso 96 attività commerciali, di cui 66 nel centro storico, anche se bar e ristoranti fanno registrare 58 nuove aperture. Va detto che l’amministrazione comunale si è fatta carico di una misura di incentivazione, chi apre nel centro storico non paga tasse comunali.

C’è insomma un nuovo disegno urbano da affrontare, una vocazione da definire (vecchio problema) e una nuova prospettiva di inclusione e accoglienza sociale da immaginare, a meno che non decidiamo che in Basilicata vogliamo puntare sul turismo dei borghi fantasma.